Questa è sicuramente la cosa che è emersa più di frequente in questi ultimi anni in cui mi sono concentrato sul tema dell'intelligenza artificiale.
Arriva una tecnologia così potente, veloce e trasversale che non ha precedenti.
Tutto questo, inevitabilmente, ci costringe a porci domande su di noi. A scavare dentro e capire perché facevamo certe cose, perché le facevamo in un certo modo.
E non mi riferisco solo all'ambito lavorativo, dove forse la cosa è più evidente, ma anche a quello privato e personale.
Di fronte a una situazione del genere, la cosa peggiore che si possa fare è mettere la testa sotto la sabbia. Far finta di niente o, peggio ancora, puntare il dito. Accusare la tecnologia a ogni occasione che ci si presenta.
È un peccato.
Perché l'altra strada è invece quella di guardarci dentro e provare a farci domande che per troppo tempo abbiamo rimandato (o in alcuni casi ignorato del tutto).
Indagare sul nostro rapporto con la scrittura, con la creatività, con il lavoro, col tempo libero, e chi più ne ha più ne metta.
Nel mio piccolo, con la mia attività di divulgazione, provo a fare questo. Stimolare domande più che dare risposte.
Soprattutto il progetto del podcast
What's Next (che zitto zitto ha appena superato le 50 puntate) vuole contribuire allo scopo.
Spero di riuscirci, perché le cose stanno cambiando e lo stanno facendo a una velocità senza precedenti. Se non ci poniamo le giuste domande, il rischio è di perdere la bussola e trovarci spaesati nel giro di un paio d'anni.